Nonostante i buoni riscontri letti e sentiti un po’ dovunque, mi sono avvicinato con una certa diffidenza a Il cacciatore di aquiloni. Temevo infatti che la mia estrema ignoranza in tema di storia dell’Afghanistan, che fa da sfondo al romanzo, pregiudicasse la piena comprensione di un racconto così fortemente contestualizzato. Per fortuna, grazie all’abilità di Khaled Hosseini, così non è stato.

Il cacciatore di aquiloni

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Relazioni al potere

Il cacciatore di aquiloni narra la storia di Amir, ragazzo di buona famiglia che trascorre a Kabul un’adolescenza agiata e segnata da una profonda amicizia con il piccolo servo Hassan. Un evento drammatico sconvolge la sua giovane vita e lo segna per sempre, tanto che il senso di colpa lo segue anche quando, in seguito alla catastrofica deriva della situazione afghana, è costretto a trasferirsi in America con il padre. Qui intraprende con successo la carriera di scrittore e mette su famiglia, ma il passato torna romanzescamente a bussare alla sua porta, costringendolo a tornare alla terra natia per pagare il prezzo di errori mai dimenticati.

Al di là della trama, ciò che caratterizza la prima opera di Khaled Hosseini sono le relazioni tra Amir e gli altri personaggi principali: su tutte quella con Baba, sofferente e complicata a causa dello spiccato senso di inadeguatezza del figlio nei confronti di un padre così diverso, e quella con Hassan, un’amicizia la cui profondità sfida le differenze di ceto e diventa poi cassa di risonanza degli echi infiniti della coscienza di Amir.

Hassan è la chiave di tutto, sommando in sé da una parte la sensibilità e la delicatezza di Amir, dall’altra il coraggio e l’intraprendenza di Baba. Tutto ciò che accade di importante nel romanzo è legato ad Hassan, la cui influenza condiziona la vita del protagonista anche a enorme distanza temporale e geografica. E questa relazione, intensa, genuina e indissolubile, è magistralmente rappresentata da Hosseini, che ne fa il filo conduttore dell’intero romanzo.

Ad esso, come anticipato, fanno da sfondo le vicende di un Afghanistan piegato da impressionanti atrocità, dall’invasione russa del dicembre 1979 al regime talebano instaurato negli anni 90. La cornice storica colora Il cacciatore di aquiloni di passione e drammaticità, senza tuttavia assumere per un solo momento il ruolo di protagonista. Essa, infatti, viene relegata a regia secondaria degli eventi cruciali della vita di Amir, la cui guida principale è sempre costituita dalla relazione (diretta o indiretta) con Hassan.

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Il decadimento del Paese, le violenze subite dai suoi abitanti, le fughe per la sopravvivenza, tutto il caos afghano è sempre espresso in funzione della storia personale di Amir, e non viene mai posto realmente in primo piano nella narrazione. E questo è un grande pregio, per come ho inteso io il libro e perché ritengo che questa fosse la precisa intenzione dell’autore.

Come un film

Il cacciatore di aquiloni scorre liscio come l’olio dall’inizio alla fine. Narrazione lineare, linguaggio semplice, nessuno spazio a inutili giri di parole ma largo agli eventi, all’evoluzione delle relazioni e, come potete immaginare, all’emozione.

L’appunto principale che mi sento di muovere a Khaled Hosseini è l’eccessivo tocco di romanzato che ha conferito ad alcuni punti chiave della vicenda, in particolar modo verso la fine, quando (ATTENZIONE: piccolo spoiler) uno spettro del passato riappare sotto forma di super villain collocato, poco credibilmente, al posto giusto nel momento giusto per obbligare Amir a scontare le sue pene.

Comunque, al netto di un paio di colpi di scena un po’ troppo cinematografici (che possono anche piacere, ci mancherebbe), posso dire che nel complesso Il cacciatore di aquiloni mi ha coinvolto e soddisfatto dall’inizio alla fine.

In due parole

Un libro appassionante e delicato, che non considero un capolavoro della letteratura ma a cui sono contento di aver dedicato del tempo.

7/10