Dopo qualche decina di ore trascorse nelle terre della Boemia medievale nei panni di Henry di Skalica, mi sento pronto per la recensione di Kingdom Come: Deliverance, provato in versione PS4. Da amante dei giochi di ruolo open world in stile The Elder Scrolls avevo grandi speranze, ma devo dire che le mie aspettative sono state ripagate solo in parte.

Il Medioevo, quello vero

Kingdom Come: Deliverance racconta la storia di Henry, figlio del fabbro di una cittadina dell’attuale Slovacchia che, agli inizi del 1400, viene attaccata dalle truppe di Sigismondo, fratellastro del dissoluto re Venceslao. Nell’occasione muoiono entrambi i genitori di Henry, che è costretto a fuggire in un villaggio vicino per non subire la stessa sorte. È da lì che inizia la vera avventura e che i giocatori, come da tradizione del genere, possono scegliere se buttarsi a capofitto nella main quest per sedare la loro sete di vendetta o se vagare liberamente per la campagna boema in cerca di attività “ricreative”.

Kingdom Come: Deliverance

Deep Silver
Offerta su Amazon

 

Sin da subito si nota chiaramente quanto Kingdom Come: Deliverance punti sul realismo. Delle ambientazioni, del contesto storico e sociale, dei combattimenti… in ogni aspetto di gioco, la parola d’ordine è realismo. Si tratta di una scelta ben precisa e coraggiosa, che permea tanto i meccanismi narrativi quanto quelli di gameplay, e per la quale mi sento di fare un plauso agli sviluppatori di Warhorse Studios a prescindere dal risultato finale.

Alcuni esempi? La storia, anzitutto, trae spunto da eventi realmente accaduti e buona parte dei personaggi coinvolti è realmente esistita. Nel gioco è presente anche un ricco codex che raccoglie informazioni molto puntuali su cultura, società, usanze, mestieri e personalità di spicco dell’epoca. Il territorio boemo è rappresentato come una campagna pianeggiante verde e paludosa, costellata di insediamenti con case in legno, stalle, botteghe, castelli e chiese che, immagino, raffigura fedelmente la conformazione di quella regione all’inizio del XV secolo.

La Boemia in Kingdom Come: Deliverance

Passando al gameplay, l’esempio più semplice e lampante di questa ricerca spietata del realismo è forse la necessità di mangiare e dormire. E qui entriamo nel campo delle scelte controverse: perché allora Henry non deve anche andare in bagno? Perché, quando Henry fischia, il suo cavallo appare per magia dietro lui anche se era stato lasciato a chilometri di distanza? Perché le ferite si curano con un semplice infuso di calendula? E così via.  Una scelta come questa equivale a tenere il piede in due scarpe: impongo ai giocatori di mangiare e dormire, perdendo decine di minuti alla ricerca di cibo e letti (pena il peggioramento delle condizioni fisiche di Henry), però scendo a compromessi sul realismo di gran parte degli altri aspetti di gameplay. Non buono.

In generale, gli sviluppatori si sono impegnati per rendere Kingdom Come: Deliverance un’esperienza impegnativa e prova ne è anche il sistema di combattimento. I fendenti e le stoccate portati da Henry raramente vanno a segno, e progredire in abilità specifiche come spada e difesa non è garanzia di successo. Esso dipende più che altro dall’abilità dell’avversario che ci si trova di fronte, in buona percentuale dal tempismo dei colpi, in minima parte invece dal livello e dalle skill di Henry, così come dal suo equipaggiamento. Gli scontri risultano piuttosto credibili e coinvolgenti, ma si perde un po’ di vista un’importante peculiarità dei giochi di ruolo, cioè la progressione del personaggio.

I combattimenti in Kingdom Come: Deliverance

A conti fatti, non si ha la sensazione che spendere punti in nuove abilità serva veramente a qualcosa, così come procurarsi armi e armature più efficaci. Sono certo che il motore sottostante calcoli con precisione modificatori e punteggi vari, ma da giocatore, pad alla mano ho affrontato ogni duello in stile action, sferrando stoccate a più non posso e puntando su caso, tempismo e forza bruta piuttosto che su una pianificazione strategica dell’evoluzione di Henry.

Situazione simile per i fan dell’arco, che passeranno da momenti di frustrazione assoluta mancando bersagli mastodontici da mezzo metro a fasi di insensata esaltazione centrando una lepre lontana anni luce. Anche qui è difficile avvertire il peso delle abilità e dei perk guadagnati, ma con la giusta costanza è il giocatore stesso ad abituarsi ai vari micro-movimenti e alle oscillazioni di Henry, riuscendo con la dovuta manualità a gestire in modo efficace un’arma ingiustificatamente ostica.

L'arco in Kingdom Come: Deliverance

Leeeeeeeeeeento, troppo lento

Kingdom Come: Deliverance è un gioco molto, molto lento, e quasi mai in senso positivo (e lo dice uno a cui di solito piace godersi i giochi con calma). I caricamenti sono lenti, le fasi di sonno e di attesa sono lente, persino i viaggi rapidi sono lenti. Il tempo perso in queste occasioni è davvero troppo, per quanto non sia dovuto necessariamente a un difetto tecnico ma a un’ulteriore scelta improntata al realismo, nello specifico per impedirci di saltare del tutto lo scorrere del tempo. Ne risulta però un senso di attesa inutile e costante, perché in ogni partita si è costretti a spendere interminabili minuti in queste “non-attività”.

Anche il progredire delle missioni risente di un’eccessiva lentezza, soprattutto nel ramo principale della storia. Tralasciando i moltissimi viaggi rapidi (solo di nome) necessari per raggiungere le mete d’interesse, la trama viene fastidiosamente allungata con improbabili missioni investigative e noiosi incarichi posti tra le svolte importanti della vicenda, un po’ come accade con le classiche puntate di transizione presenti in molte serie tv. E questo è un vero peccato, perché quando la storia di Kingdom Come: Deliverance entra nel vivo l’emozione non manca, le cutscene dal taglio cinematografico sono di buon livello e si vivono splendidi momenti di alta tensione.

Alta tensione in Kingdom Come: Deliverane

Libertà, tramonti e mucche volanti

Sono appena sfuggito a un attacco dei briganti spronando il mio cavallo a più non posso. Esco dalla fitta boscaglia e rallento l’andatura. È già sera e in lontananza, all’orizzonte, intravedo il monastero di Sasau attualmente in costruzione. La fame inizia a farsi sentire e devo scegliere se dar fondo alle mie scarse provviste di cibo, peraltro quasi avariato, o se recarmi in una locanda e spendere i miei pochi Groschen. Ormai è troppo tardi per una battuta di caccia, il buio incombe. Questa mattina Ser Radzig mi ha affidato un nuovo incarico, ma non c’è fretta: mi godo la luce rossastra del tramonto e, dopo aver raccolto alcune erbe medicinali adocchiate in riva a un ruscello, scelgo di dirigermi verso quel villaggio a nord del quale ho tanto sentito parlare. Ora che ci penso, dovrei avere già un paio di contatti laggiù: come si chiama quel tizio a cui devo portare quel documento? …

Ok, mi sono preso qualche licenza poetica, ma Kingdom Come: Deliverance è davvero così. Il senso di libertà che ho provato nelle terre della Boemia quattrocentesca è esattamente quello sperimentato nei giochi di Bethesda delle serie The Elder Scrolls e Fallout, anche se in un contesto completamente diverso e meno variegato. A chi ama vagare a proprio piacimento nei mondi videoludici e sa godersi l’esperienza con un pizzico di interpretazione, il titolo di Warhorse Studios regala in effetti dei bellissimi momenti.

Kingdom Come: Deliverance

Deep Silver
Offerta su Amazon

 

E pazienza se dai giochi di ruolo open world Kingdom Come: Deliverance eredita anche il classico elenco di bug esilaranti: il sottoscritto ha visto con i propri occhi mucche in caduta libera nei pressi di Talmberg, sarti al lavoro su telai invisibili in quel di Rattay, mugnai seminudi i cui vestiti apparivano all’improvviso come per magia, e altro ancora. Pazienza se il frame rate cola a picco nelle battaglie che coinvolgono molti contendenti. Pazienza se ho dimenticato di bere una grappa del salvatore e ho perso mezz’ora di gioco a causa di un’imboscata cumana (più volte). Pazienza, perché questi sono problemi che accetto quasi con affetto, rendendomi conto dell’immensa mole di lavoro che comporta la realizzazione di un gioco di questa portata. I difetti veri di Kingdom Come: Deliverance, purtroppo, sono le già citate scelte controverse di progettazione che appesantiscono un’esperienza di gioco altrimenti fantastica.

In due parole

Warhorse Studios è riuscita a farmi saltare i nervi con ammirevole costanza, ma alla fine Henry di Skalica e il suo sorrisino ebete mi mancheranno. Affrontandolo con la giusta dose di pazienza, Kingdom Come: Deliverance si rivela un’esperienza profonda e appagante sotto molti punti di vista e se siete amanti del genere, vista la carenza di titoli simili sulla piazza, dovreste almeno dargli una possibilità.

7/10