L’abito non fa il monaco. Le apparenze ingannano. Non tutto è ciò che sembra. Insomma, il messaggio di Muriel Barbery è molto chiaro, e lo è sin da subito. Ma ciò che conta è come questo messaggio ci viene trasmesso dall’autrice, in quel piccolo gioiello che si intitola L’eleganza del riccio.

L’eleganza del riccio

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Le semplici vite di una portinaia ignorante e di una bambina introversa

Più che semplici, potremmo dire vuote, vane, insignificanti… ma solo all’apparenza. Perché dietro le facciate della burbera portinaia di un ricco condominio parigino e di una schiva bambina di buona famiglia lì residente, si celano due anime incredibilmente ricche e profonde che la Barbery dispiega con maestria lungo tutto il racconto.

La fintamente ottusa Renée, sempre nascosta dietro i più beceri stereotipi della società capitalista (oltre i quali la borghesia francese, dipinta forse con eccessivo cinismo, non riesce mai a vedere), è in realtà una donna di immense sensibilità e cultura, che si chiude nel suo guscio di apparenze per non restare ferita dall’incontro/scontro con i ceti superiori. Il travestimento cade solo nei momenti di solitudine, dedicati principalmente al gatto Lev e alla lettura, e nelle pause con Manuela, cameriera al servizio nello stesso palazzo e sua unica amica.

La solitaria Paloma, figlia adolescente di genitori altolocati, è invece una ragazzina dallo straordinario acume che evita il contatto con la maggior parte degli esseri umani ed esprime tutta la sua intelligenza solo nella scrittura, con lunghe pagine di diario che racchiudono pensieri di disprezzo nei confronti dei parenti, tendenze suicide e filosofeggiamenti vari sul senso della vita.

Deus ex machina

Per spezzare l’affettata monotonia del condominio di rue de Grenelle, la Barbery si affida a una sorta di deus ex machina che, nella seconda parte del libro, arriva pressoché dal nulla per far cadere un po’ di maschere e donare alle due protagoniste una bella dose di fiducia nella vita.

Questo intervento dà una svolta inattesa alla storia (volutamente) lineare di L’eleganza del riccio, ma soprattutto alla psiche di Renée e Paloma, fino ad allora squisitamente complessa ma sempre inchiodata a un destino immutabile. La ragione per cui questo romanzo splende di luce propria, infatti, non è la vicenda narrata ma l’estrema caratterizzazione psicologica dei due personaggi principali, tratteggiati dalla scrittrice fin nei dettagli più intimi.

Fighetto ma intelligente

Dopo una prima fase di lettura in cui ho temuto di avere fra le mani un mero elenco di pippe mentali (perché effettivamente tutto questo approfondimento interiore all’inizio può spaventare), ho scoperto invece un grande libro. Pieno di elucubrazioni filosofiche, citazioni letterarie, riflessioni apparentemente fini a se stesse e sfoggi culturali di vario genere in cui probabilmente l’autrice stessa un po’ si specchia, ma un grande libro, proprio perché il po’ po’ di roba appena elencato non risulta quasi mai pesante o poco scorrevole. Tutto è collocato in funzione dell’evoluzione psicologica di Renée e Paloma, e questa evoluzione è probabilmente uno dei più bei esempi di narrazione introspettiva dei nostri tempi.

L’eleganza del riccio

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L’eleganza del riccio si legge che è un piacere, e per quanto risulti effettivamente un po’ fighetto lo considero una bella sorpresa, un romanzo ispirato e ricercato che consiglierei a molti. Nota di merito per la traduzione italiana (Emanuelle Caillat e Cinzia Poli), encomiabile per cura e precisione vista soprattutto la natura del testo.

In due parole

Muriel Barbery ci fa entrare nella mente di due personaggi meravigliosi, per ricordarci, con stile e intelligenza, quanto sia sbagliato giudicare dalle apparenze.

8/10