Dopo aver visto tute rosse e maschere di Dalí un po’ ovunque, persino in versione XXL a Milano in Piazza Affari, ho capito che La Casa di Carta era ormai diventata un fenomeno di costume difficile da ignorare. Così, in occasione dell’uscita della terza stagione, ho recuperato le prime due parti della serie tv spagnola disponibili su Netflix divorandone le 22 puntate a ritmo serrato in pochi giorni. E non me ne sono affatto pentito.

La rapina del secolo

La Casa di Carta racconta la storia della rapina del secolo: otto malviventi fanno irruzione nella zecca di stato spagnola e vi si rinchiudono con decine di ostaggi, sotto la guida di una mente esterna che ne coordina le mosse tenendo sotto scacco la polizia. La banda è travestita, armata e pronta a tutto: si chiamano fra loro con nomi di città (Tokyo, Rio, Berlino, Nairobi, Mosca, Denver, Oslo, Helsinki), si muovono come se conoscessero ogni angolo dell’edificio, si comportano come se avessero studiato ogni possibile risvolto del colpo.

E si scopre subito che è proprio così: il cervello dell’operazione che li dirige da fuori, il Professore, li ha sottoposti per mesi a vere e proprie lezioni per preparare meticolosamente tutte le fasi della rapina ed essere pronti a ogni reazione delle controparti (“la polizia proverà a fare questo”, “gli ostaggi proveranno a fare quello”…). Regola principale: non fare del male a nessuno. Senza spoiler, si capisce presto che il piano del Professore è basato infatti su una forte componente idealistica e per la sua piena riuscita è fondamentale che l’opinione pubblica sia dalla parte dei ladri.

Guardie e ladri livello 1000

Gli otto della zecca, il Professore, gli agenti della polizia e le relazioni che via via si intessono fra tutte le parti in gioco sono la magia che rende La Casa di Carta così accattivante.

Il professore

La Casa di Carta: il Professore

Partendo proprio dal geniale Professore, colonna portante della serie tv, siamo di fronte a un personaggio al contempo affascinante e maniacale, timido e carismatico, che appare dapprima un freddo calcolatore in stile Scofield di Prison Break per poi rivelare un’umanità sempre più spiccata, lasciandosi guidare dai sentimenti e commettendo errori che potrebbero compromettere l’intero piano. Ed è proprio questa sua imperfezione a farlo apparire così dannatamente attraente, a renderci così partecipi delle sue vicende.

I rapinatori

La Casa di Carta: i rapinatori

I Dalí in tuta rossa non sono da meno. Nelle lunghe ore della rapina si scoprono un po’ alla volta le loro personalità e il loro passato, sia attraverso i modi differenti in cui reagiscono agli imprevisti del colpo sia grazie al tipico stratagemma dei flashback. Relazioni clandestine, momenti di tensione, violenza fisica e psicologica negli angusti spazi della zecca sono all’ordine del minuto e, seppur senza apportare alcuna novità al panorama dell’intrattenimento televisivo dei giorni nostri, sono pensati e realizzati in modo incredibilmente efficace, tanto che il temperamento di ogni rapinatore si imprime presto e a fondo nella mente di chi guarda: il dispotico e seducente Berlino, la bella e impulsiva Tokyo, l’immaturo Rio, i silenziosi e affidabili Oslo e Helsinki, i falliti e “teneri” Denver e Mosca (padre e figlio), la femminile e femminista Nairobi. Troppo semplificato? Senza dubbio ma, fidatevi, straordinariamente incisivo.

La polizia

La Casa di Carta: l'ispettrice Murillo

E le forze dell’ordine? Un po’ troppo “poliziotti scemi incapaci di contrastare i piani del Professore”, un po’ troppo “donne in carriera affette da problemi personali in stile Grey’s Anatomy”, ma non si può avere la perfezione. La detective Murillo è persino grottesca per la quantità di insuccessi e scelte sbagliate collezionati nel corso della sua vita, così come durante la rapina, ma a conti fatti le sue turbe private e il modo in cui esse arrivano a intrecciarsi con i piani del Professore la rendono una figura positiva, poco credibile ma umana e vulnerabile, a cui ci si affeziona e che fa un po’ pena.

Gli ostaggi

La Casa di Carta: gli ostaggi

Gli ostaggi rappresentano l’ultimo vero “personaggio” di La Casa di Carta. Una sorta di branco terrorizzato, vestito come i cattivi per evitare azioni armate da parte della polizia, paralizzato dalla paura ma protagonista di qualche goffo atto eroico, spesso capitanato dal prode Arturito che riesce sia a stare sulle palle (a colleghi e spettatori) sia a risultare pietoso e ammirevolmente ostinato nella sua volontà di fuga. Qualche sindrome di Stoccolma e qualche tentativo di ribellione completano una scena ancora una volta eccessiva, semplificata e primitiva ma che resta comunque un esempio di come si tiene incollato il pubblico allo schermo.

Idealistico e autoconclusivo

Ciò che rende così belle le prime due stagioni di La Casa di Carta è anche questo: il colpo alla zecca è concluso. Non dico come per evitare spoiler, ma non c’è nessuna questione che rimanga aperta. Niente trucchetti ruffiani per lasciare inutili aloni di mistero, niente finali aperti: tutto ha il suo posto e la sua spiegazione. I colpi di scena drammatici ci sono stati e personalmente mi hanno scioccato come poche altre serie tv hanno fatto, la fine in sé è stata forse troppo facile e poco realistica, ma è stata davvero una fine. La Casa di Carta ha raccontato la sua storia genuinamente, senza se e senza ma, e questo non è un aspetto banale visto il contesto puramente commerciale che ormai caratterizza quasi tutte le produzioni seriali. Vedremo cosa succederà con la prossime stagioni.

Inoltre, come anticipavo, la rapina alla zecca non è solo un modo per far soldi: è anche un simbolo, un ideale che si concretizza nella resistenza ai poteri forti della nostra società (soprattutto quelli economici) e nell’esaltazione del più debole. Di nuovo, niente di rivoluzionario o di particolarmente brillante, ma altro materiale capace di stimolare la nostra immaginazione con concetti un po’ troppo superficialmente “contro il sistema” ma concreti e sempre attuali, nei quali del resto la maggior parte di noi si riconosce.

In due parole

La Casa di Carta mi ha preso alla grande. Non quel preso normale che dici “vabbè, bello”, ma quello che ti spinge a cercare online informazioni sugli attori, anticipazioni sulla prossima stagione, eccetera. È un successo grandioso che si basa su un’idea semplice realizzata benissimo, perché ci dà in pasto tutto ciò che cerchiamo in una serie tv — emozioni, coinvolgimento e immedesimazione — e lo fa in grande stile, con un’efficacia e una continuità a cui arrivano ben poche produzioni. Chapeau.

9/10