Sull’onda della testimonianza entusiastica di un conoscente e di una premessa narrativa intrigante, ho deciso di aggiungere La profezia di Celestino al mio (purtroppo striminzito) elenco di letture estive. In questa breve recensione spiego perché il romanzo di James Redfield si è rivelato una totale delusione.

Nove fioche illuminazioni new age

La profezia di Celestino racconta la storia di un uomo normale che intraprende un po’ per caso (o per destino, direbbe Redfield) un viaggio straordinario in Perù alla ricerca di un antico manoscritto. In questo manoscritto sembrano nascondersi le chiavi di una nuova concezione della vita, slegata dai materialistici ed egoistici meccanismi di controllo su cui si è fossilizzata la società odierna e incentrata invece sulla connessione spirituale che dovrebbe unire gli individui e sulla loro conseguente evoluzione. L’antico testo è composto da nove parti, le cosiddette illuminazioni, otto delle quali sono state già rinvenute dai ricercatori peruviani, e il protagonista del romanzo si mostra determinato a scoprirle tutte nonostante la violenta opposizione delle autorità locali.

Ogni illuminazione porta in superficie un nuovo frammento di quella consapevolezza che, alla fine, sembra destinata a trasformare il volto dell’intera umanità. Tuttavia, dopo un inizio interessante, queste rivelazioni non fanno che riprendere concetti psicologici e spirituali tipici delle principali idee new age e del Buddhismo (e probabilmente di altre correnti di pensiero a me ignote), senza aggiungervi nessuno spunto originale e presentandole sempre in tono accademico e ripetitivo.

La profezia di Celestino

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Anche giudicando La profezia di Celestino in quanto semplice romanzo, siamo di fronte a una storia debole e immatura, che alterna pochi scialbi momenti action a tantissimi dialoghi e prolisse spiegazioni del significato delle illuminazioni. La narrazione è terribilmente schematica: vado nel luogo 1, conosco la persona 1, scopro l’illuminazione 1; vado nel luogo 2, conosco la persona 2, scopro l’illuminazione 2, e così via. Ciò è parzialmente giustificato dal manoscritto stesso, che insegna a interpretare le coincidenze che accadono nella vita dell’uomo come importanti indicazioni per la ricerca della consapevolezza (e non come eventi casuali), ma il risultato è comunque troppo povero e Redfield si sarebbe dovuto impegnare di più nell’ideare una storia credibile e sfaccettata. O, in alternativa, avrebbe potuto abbandonare del tutto la forma di racconto d’avventura e fare del suo libro la vera profezia di Celestino, rendendolo una sorta di manuale new age privo di tutte quelle mal riuscite velleità romanzesche di contorno.

In due parole

Non mi aspettavo di trovare nel libro di Redfield il significato della vita, ma non sospettavo neppure che fosse un’opera letteraria di così basso livello. Unico punto positivo? Ero effettivamente invogliato a continuare la lettura per scoprire il contenuto delle nove illuminazioni. Inutile dire che avrei potuto farne a meno.

4/10