Dopo l’esperienza scottante di Annientamento, pensavo che sarebbe passato parecchio tempo prima che un’altra produzione sci-fi di Netflix finisse nel mio radar. Invece eccomi qui a parlare di Lost in Space, remake di una serie non così nota degli anni ’60 lanciato sulla piattaforma di streaming lo scorso aprile. Dopo aver guardato le dieci puntate della prima stagione, partendo con aspettative basse ed elevata probabilità di abbandono, devo dire che tutto sommato le vicende della famiglia Robinson mi hanno divertito.

Cliché, cliché, cliché

La Terra è spacciata e l’unica possibilità di salvezza è costituita da un programma spaziale che permette di raggiungere un nuovo mondo lontano anni luce. I Robinson al completo (genitori in separazione e tre figli) prendono parte al programma e salgono sull’astronave Resolute, ma ovviamente qualcosa va storto. Un robot alieno sbucato da chissà dove attacca l’equipaggio e costringe parte dei superstiti alla fuga sulle loro navicelle. Poco dopo i Robinson precipitano su un pianeta sconosciuto, dove ha inizio la loro avventura da “perduti nello spazio”.

Nulla di nuovo all’orizzonte, insomma, e lo svolgimento della vicenda prosegue sugli stessi toni per tutta la stagione. A livello di trama, ogni sviluppo di Lost in Space è un cliché già trattato più volte da varie angolazioni sul grande e sul piccolo schermo negli ultimi decenni. Non c’è dubbio, i puristi della fantascienza originale e ricercata devono starne alla larga.

Eppure ci sono un paio di cose in questa serie che funzionano bene: i personaggi da una parte, il mix di sottotemi trattati dall’altra.

And here’s to you, Robinsons

La famiglia Robinson è riunita per cause di forza maggiore: prima di partire per lo spazio profondo, Maureen e John si stavano separando, con lei in procinto di ottenere l’affidamento dei tre figli. La brillante mamma scienziata mal sopportava la distanza del marito soldato, e questo (come narrato nei flashback) aveva incrinato irrimediabilmente i loro rapporti. Le attuali necessità di sopravvivenza fungono però da collante per la coppia che si riscopre via via sempre più unita, con un’evoluzione relazionale scontata ma narrata in modo non dozzinale e con i giusti tempi.

John e Maureen Robinson

John e Maureen Robinson

I figli Will, Judy e Penny sono sempre al centro dei riflettori ma le loro personalità rimangono un po’ in secondo piano rispetto a quelle dei genitori. Le vicende delle due ragazze sono poco più che intermezzi riempitivi, mentre il piccolo Will sale alla ribalta solo grazie al rapporto di amicizia che instaura con il robot assassino, tratto distintivo della prima stagione di Lost in Space.

Robinson a parte, la serie di Netflix ha fortunatamente altre carte da giocare. Il mio personaggio preferito è senza dubbio Don West, il più classico dei contrabbandieri stronzi ma dal cuore buono che brilla per un’interpretazione a tratti esilarante. Non scherza neanche la Smith, il vero cattivo di Lost in Space (almeno per ora) che con il suo carattere subdolo e senza scrupoli è destinato a suscitare le antipatie di tutti gli spettatori.

Sebbene i personaggi di questa serie, presi singolarmente, siano di fatto stereotipi ambulanti già raffigurati persino nelle produzioni televisive più insulse, il cast nel complesso è ottimamente amalgamato, con qualche elemento sopra la media che suscita sufficiente curiosità per seguire la puntata successiva.

Un minestrone ben riuscito

Quella di Lost in Space è una fantascienza molto terra-terra: nessuna velleità visionaria o innovativa, bensì la semplice rappresentazione di situazioni e questioni morali arcinote calate in un contesto futuristico piuttosto plasticoso, a cui si somma il giusto tasso di spettacolarizzazione e drammatizzazione legato ai pericoli della permanenza su un pianeta alieno.

Nella serie di Netflix c’è un po’ di tutto, ma mixato bene e con le giuste dosi: un po’ di azione becera, specialmente quando si scalda il robottone, senza che diventi un “Terminator 2018”; un po’ di complicazioni famigliari tra coniugi, fratelli, figli e genitori, senza che si trasformi  in un “Modern Family in the Space”; un po’ di scappatelle amorose, senza che si scada in un “Robinsons’ Creek”; un po’ di spietati sotterfugi a fini personali (parlo della Smith ovviamente), senza che si arrivi a uno “Spaceship of Cards”; e così via. Il trucco di Lost in Space sta nell’equilibrio di tutti questi ingredienti poveri, che nell’insieme formano una minestra variegata e sufficientemente gustosa.

L’elemento che prevale, colonna portante dell’intera prima stagione, è senza dubbio l’ingombrante presenza del robot, declinata soprattutto nell’allegorico legame che esso egli crea con Will.

Tanti i misteri che ruotano attorno a questo pezzo di latta con le stelle nella faccia

Tanti i misteri che ruotano attorno a questo pezzo di latta con le stelle nella faccia

“Ci possiamo fidare di lui?” è la domanda che balza alla mente di tutti quelli che lo vedono. Nessuno però si chiede “ci possiamo fidare di lei?” quando la Smith entra in scena in modo altrettanto rocambolesco, solo perché lei è umana e non sintetica, è all’aspetto una di loro. Lost in Space ripropone così il tema dell’innata diffidenza dell’uomo nei confronti della diversità in salsa sci-fi, senza spunti geniali e con un tono sempre un po’ infantile da telefilm per ragazzi, ma accattivante quanto basta per arrivare senza noia alla decima puntata.

In due parole

Temevo di imbattermi in una tamarrata indegna, invece Lost in Space è stata una gradita sorpresa. Nessuna rivelazione, nessun futuro Emmy Award, semplicemente una serie tv divertente e ben progettata che mi ha appagato con la sua fantascienza disimpegnata.

6/10